Quando si parla di Jason Becker, non parliamo solo di un chitarrista straordinario, ma di una pura forza della natura che ha cambiato per sempre il nostro modo di intendere la chitarra elettrica. Ho sempre amato l’energia viscerale del rock e la precisione quasi matematica della musica classica, ed è proprio lì, al crocevia tra disciplina ferrea e passione sfrenata, che Jason ha piazzato la sua bandiera. Quando esplose sulla scena con i Cacophony insieme a Marty Friedman e poco dopo con il suo disco solista Perpetual Burn, i virtuosi dell’epoca avevano tutti diciotto o diciannove anni e stavano cercando di spingere il limite dello shred oltre ogni confine immaginabile. Jason non si limitava a correre sulla tastiera: prendeva lo sweep picking, che all’epoca era un’arte ancora misteriosa per molti, e lo trasformava in qualcosa di fluido, dinamico, intrecciando arpeggi a sei corde, salti di corda e legati impossibili con una naturalezza disarmante. La sua comprensione del contrapunto e delle armonie complesse, con quelle scale minori armoniche ed esatoniche che si incrociavano come lame affilate, ha aperto una strada che centinaia di musicisti stanno ancora esplorando.
Ma la cosa davvero incredibile di Jason, quella che distingue un virtuoso della velocità da un gigante della musica, era il suo senso della melodia e il suo tocco. Non c’era mai una nota di troppo messa lì solo per fare mostra di muscoli. Quando David Lee Roth lo volle al posto di Steve Vai per l’album A Little Ain’t Enough, dimostrò a tutto il mondo che poteva dominare il rock da stadio con un gusto e un’attitudine impeccabili. Proprio mentre si trovava sul tetto del mondo, arrivò la diagnosi della Sclerosi Laterale Amiotrofica, una di quelle notizie devastanti che spazzerebbero via chiunque. Eppure, ed è qui che il mito di Jason diventa una lezione di vita universale, la malattia gli ha tolto l’uso del corpo, della voce e delle mani, ma non è riuscita a toccare di un millimetro il suo spirito e la sua mente musicale.
Con un’inventiva e una determinazione fuori dal comune, grazie al sistema di comunicazione basato sui movimenti degli occhi sviluppato da suo padre, Jason ha continuato a scrivere musica complessa e meravigliosa nota dopo nota. Album come Perspective e Triumphant Hearts ne sono la prova tangibile, lavori nei quali tutti i suoi amici e colleghi si sono messi al servizio delle sue partiture per prestargli le loro mani. Jason Becker dimostra ogni singolo giorno che la musica non risiede nelle dita, nella chitarra o nell’amplificatore, ma nasce dritta nel cuore e nella mente di chi la crea, rendendolo non solo un immortale hero della sei corde, ma una delle più grandi fonti di ispirazione che il mondo della musica abbia mai conosciuto.

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