Ehi! Prendi la tua chitarra preferita, attacca il distorsore al massimo e accendi l’amplificatore, perché oggi dobbiamo parlare di un disco che travalica il tempo e lo spazio, portando sul tavolo quella passione viscerale per la sei corde che tutti noi amiamo alla follia. Sto parlando di 24 Back to 84, l’ultimo folle, epico capitolo in studio del leggendario Richard Benson. Quando ho messo su questo lavoro postumo, nato dalle idee lasciate da Richard prima della sua scomparsa e completato con un affetto devoto dalla Richard Benson Orchestra insieme alla 1901.Studio, ho capito subito che non ci troviamo di fronte a una semplice operazione nostalgia o a una strizzata d’occhio ai meme della rete. Questo disco è una dichiarazione d’amore pura per il rock and roll e per la chitarra elettrica, un viaggio a tutta velocità che parte dai giorni nostri e ti spara dritto nei gloriosi anni Ottanta.
La cosa che ti colpisce subito all’orecchio è il lavoro incredibile svolto sugli arrangiamenti. Chi si aspettava un disco raffazzonato deve ricredersi immediatamente, perché la qualità esecutiva dei musicisti coinvolti è solida come una roccia e spinge ogni singolo brano con una carica e un tiro mostruosi. Prendiamo una traccia iconica come Madre Tortura, qui rivisitata con una veste del tutto nuova: le chitarre ritmiche ruggiscono con quel groove pesante, cadenzato e monolitico che riporta subito alla mente la potenza primordiale dei Led Zeppelin. Il suono si fa ruvido, le frequenze medie spingono e il riffing ti si appiccica al cervello con un’energia pazzesca. La stessa magia avviene con Processione, dove l’attenzione alla produzione e il sound hard rock/metal raggiungono una maturità e una definizione superiore a quanto visto nei suoi lavori precedenti.
Ascoltando tracce come Flash back, Renegade, Jaggered o l’incalzante Devil tonite, senti proprio il sapore di quel virtuosismo arpeggiato, di quei riff aggressivi e di quella voglia sfrenata di stupire che ha sempre fatto parte dell’anima di Richard. C’è uno spazio sonoro in cui brani come Empty space e la bizzarra Can you see the monkey? riescono a fondere la personalità travolgente del personaggio con una struttura musicale finalmente all’altezza delle sue visioni. E poi arriva la sorpresa finale della bonus track presente sul CD, con quella rilettura di A whiter shade of pale dei Procol Harum che chiude il cerchio in maniera quasi commovente.
Non ha alcun senso giudicare questo disco cercando la perfezione formale o paragonandolo ai classici immutabili che hanno fatto la storia del genere. 24 Back to 84 funziona magnificamente perché è un testamento artistico autentico, una testimonianza di quanto la musica possa superare perfino la scomparsa di chi l’ha concepita. La Richard Benson Orchestra ha svolto un lavoro di fino, rispettando la grinta di Richard e trattando il suo materiale con un rispetto professionale da veri cultori dello strumento. È un album vibrante, distorto, drammatico e tremendamente divertente da ascoltare a volume altissimo, il tipo di lavoro che ti fa venire voglia di imbracciare la chitarra, alzare il gain e sparare un assolo al massimo delle tue capacità.

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