Metal Lore

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Quando gli Scorpions erano alieni psichedelici: la follia chitarristica di Lonesome Crow

Sintonizzate i vostri amplificatori a valvole e tenete il plettro ben stretto tra le dita, perché oggi dobbiamo fare un viaggio nel tempo davvero incredibile. Quando pensate agli Scorpions, la vostra mente vola subito ai grandi inni da stadio degli anni ottanta, ai ritornelli puliti e a quei riff taglienti pensati per far cantare settantamila persone insieme. Ma se torniamo indietro fino al 1972, ci troviamo davanti a un pianeta completamente diverso. Lonesome Crow, il loro album di debutto, è un disco che vi farà schizzare gli occhi fuori dalle orbite se lo ascoltate con l’orecchio del chitarrista.

Dimenticate la struttura pop-metal scintillante. Qui siamo immersi fino al collo in un calderone acido di rock psichedelico, vibrazioni proto-doom e pulsazioni krautrock puramente tedesche. L’atmosfera è oscura, notturna, quasi visionaria, piena di fumo e di quell’energia grezza che puoi trovare solo nei primi anni settanta.

Ma la cosa che mi fa saltare sulla sedia ogni volta che metto questo disco sul piatto è il lavoro di chitarra solista. Un giovanissimo Michael Schenker, non ancora maggiorenne, imbraccia lo strumento e sfoggia una maturità, una velocissima precisione di plettrata e un senso del fraseggio che sono semplicemente geniali per la sua età. Sentite come usa il bending e il vibrato per creare tensione, muovendosi tra scale minori e arpeggi con un’aggressività incredibile. Anche la voce di Klaus Meine vi sorprenderà: niente acuti cristallini da arena rock, ma un canto insolito, a tratti grezzo, ipnotico, quasi sussurrato, che si fonde perfettamente con la nebbia sonora della band.

Prendete per esempio la traccia d’apertura, I’m Goin’ Mad. È un pezzo acido, pesante, spinto da un groove scuro che vi colpisce dritto al petto, dove la chitarra solista sembra letteralmente gridare attraverso il cono dell’amplificatore. Poi ci si imbatte in In Search of the Peace of Mind, la vera gemma nascosta dell’album. Questo brano è una lezione magistrale di dinamica: parte con un’atmosfera acustica ed emotiva, per poi esplodere in cambi di tempo e variazioni ritmiche dove la chitarra elettrica intreccia linee melodiche davvero profonde e toccanti. E poi c’è la title track, Lonesome Crow, un viaggio ipnotico di tredici minuti. È un’escursione psichedelica totale dove la band rallenta, accelera, crea vuoti d’aria e poi esplode in improvvise sfuriate di chitarra cariche di fuzz e wah-wah.

È un disco che indubbiamente divide chi lo ascolta. Se state cercando la carica immediata e commerciale di Rock You Like a Hurricane o la dolcezza di Wind of Change, rimarrete spiazzati da quanta oscurità e sperimentazione ci sia qui dentro. Ma per chi ama la ricerca sonora, i toni vintage saturi e la storia della chitarra rock, Lonesome Crow è un’opera affascinante, coraggiosa e assolutamente imperdibile. Accendete il vostro setup preferito, alzate il volume e lasciatevi travolgere da questa gemma grezza.

Reazioni nel fediverso


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