Ogni tanto mi capita di fare un passo indietro e pensare a quei chitarristi che, per qualche ragione, non hanno mai avuto i riconoscimenti che meritavano. E la prima persona che mi viene in mente è sempre Vito Bratta dei White Lion.
Ascoltando i dischi dei White Lion, ci si rende subito conto che c’è qualcosa di speciale. Bratta non era solo un altro clone di Eddie Van Halen. Certo, si sentono le sue influenze – il suo modo di approcciare il tapping, le armonie complesse, l’uso del vibrato – ma lui aveva una sua unicità.
Il suo stile non era mai eccessivo o vanitoso. Era completamente al servizio della canzone. I suoi assoli e arrangiamenti erano unici, melodici e complessi, ma mai sopra le righe. Il suo lavoro con i White Lion era un esempio perfetto di come un chitarrista possa elevare una band, senza mai sovrastare il cantante o la struttura della canzone.
Vito ha anche saputo sfruttare al meglio il ponte Trans-Trem di una Steinberger. Basta ascoltare un brano come “Little Fighter” per capire quanto fosse innovativo. Il suo uso di quello strumento per manipolare l’accordatura della chitarra durante gli assoli era un qualcosa di wow!!!
È un peccato che, dopo l’era dei White Lion, non abbia continuato con una carriera da solista. Sarebbe stato fantastico vedere dove la sua creatività lo avrebbe portato. Ma forse è proprio questo che rende il suo lavoro così speciale. Quella manciata di dischi che ha registrato con i White Lion è la sua eredità, e per i musicisti come me, è una lezione su come suonare in modo che la tua musica rimanga unica e duratura. Non si tratta solo di tecnica, ma di creatività, melodia e, soprattutto, di unicità.

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