Metal Lore

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Recensione: Waysted – Save Your Prayers (1986)

Ehi a tutti! Prendete la vostra chitarra preferita, mettete il selettore al ponte e preparatevi, perché oggi parliamo di un disco che è un vero e proprio manuale di come si scrive Hard Rock con la “H” maiuscola. Sto parlando di Save Your Prayers dei Waysted.

Se nel 1986 eravate troppo impegnati a cercare di capire come diavolo facesse Paul Gilbert a plettrare così veloce con i Racer X, potreste esservi persi questo gioiello. Ma fidatevi, questo album è una masterclass di melodia e attitudine.

Quella voce… Wow!

La prima cosa che ti colpisce appena parte il disco è Danny Vaughn. Ragazzi, che debutto! Danny ha quel tipo di voce che ti fa venire voglia di cantare a squarciagola mentre guidi a tavoletta. È potente, ma ha un controllo melodico pazzesco. In pezzi come “Heaven Tonight”, Danny non urla e basta: dipinge delle linee vocali che si incastrano perfettamente con i riff. È quel tipo di “melodic rock” che ti entra in testa e non se ne va più.

Chitarre e Struttura: Meno è Meglio (ma con Grinta!)

Dal punto di vista di un chitarrista, adoro come Paul Chapman gestisce lo spazio. Non c’è bisogno di suonare 32esimi su ogni battuta se hai dei riff così solidi.

  • “Heroes Die Young”: Questa traccia è epica. Ha quel senso di urgenza e drammaticità che cerco sempre in una canzone. La struttura è solida come una roccia: non c’è una nota fuori posto.
  • Il Suono: Nonostante la produzione strizzi l’occhio alle radio dell’epoca (molto “polished”, come piaceva alla EMI nell’86), la grinta dei Waysted rimane intatta. È un equilibrio difficile da trovare: essere radio-friendly senza perdere le palle. Loro ci sono riusciti alla grande.

Perché è un “Tesoro Nascosto”

Quando mi chiedono quali siano i dischi che hanno definito l’era dell’Hair Metal. Molti citano i soliti sospetti, ma Save Your Prayers è qualitativamente superiore a gran parte della produzione mainstream di quegli anni. È un album coerente dall’inizio alla fine. Non ci sono filler. Pete Way ha messo insieme una formazione che in quel momento era una macchina da guerra.

Il verdetto di Rod: Se volete studiare come si scrive una canzone rock che sia allo stesso tempo “heavy” e “catchy”, questo è il vostro libro di testo. È un peccato che la band si sia sciolta poco dopo, perché questo disco era il trampolino di lancio verso l’infinito.

Quindi, fatevi un favore: recuperatelo, alzate il volume a 11 e godetevi questo capolavoro di Hard Rock melodico. E poi, ovviamente, provate a rifare quel riff di “Black Out”… è più divertente di quanto sembri!

Rock on!



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