Lo so, sono un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma certe scosse elettriche non passano dopo pochi giorni. Dalle mie parti direbbero che l’adrenalina non è ancora scesa, ma qui a Roma l’espressione perfetta è che sono ancora del tutto “sotto botta”! Quando assisti a una Masterclass di puro Heavy Metal con un timing così millimetrico, l’orologio si ferma.
Ad aprire le danze ci hanno pensato i Nevermore. Se devo essere del tutto onesto, non sono mai stati esattamente nei miei standard d’ascolto — sono da sempre molto più legato alla risposta dinamica e alle sonorità dei vecchi Sanctuary — ma la loro performance è stata impeccabile. Hanno piazzato uno show potente, pulito e dal tight-groove pazzesco, raccogliendo i meritati applausi da tutto il pubblico sotto il palco.
Poi, è arrivato il piatto forte. I Judas Priest non sono semplicemente un gruppo: sono una macchina di precisione sonora tarata alla perfezione. Mezzo secolo di carriera e suonano ancora con un’articolazione, un’energia e una presenza scenica che lasciano a bocca aperta. Il loro concerto a Roma è stato una dimostrazione di forza pura: Rob Halford sfoggia un’estensione e una potenza vocale che sfidano le leggi della fisica, mentre la sezione chitarristica snocciola riff affilati come bisturi e assoli fulminei che hanno letteralmente fulminato la Capitale.

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