Immagina di imbracciare la chitarra, alzare il volume del tuo stack al massimo e piazzare la mano destra sul ponte per un palm muting bello serrato: ecco, l’inizio di Wheels of Steel dei Saxon trasmette esattamente questa energia elettrizzante. Quando l’album è uscito nell’aprile del 1980, ha catturato quell’essenza grezza, diretta e senza fronzoli che definisce il miglior heavy metal della New Wave of British Heavy Metal.
I Saxon hanno preso tutto ciò che c’era di un po’ troppo polveroso o vagamente blues negli anni Settanta e lo hanno spazzato via con un riffing affilato come un rasoio. C’è un’attitudine pura, granitica e profondamente legata alla classe operaia britannica in questo disco. Il suono delle chitarre di Graham Oliver e Paul Quinn non cercava la perfezione formale, ma un impatto ritmico devastante e un’urgenza espressiva pazzesca, guidata dalla voce graffiante, penetrante ed incredibilmente carismatica di Biff Byford.
Pensa subito all’attacco di Motorcycle Man: un ruggito di motore che si trasforma in una cavalcata a rotta di collo, un vero e proprio capolavoro di coordinazione ritmica e velocissimo picking. Subito dopo arriva la title track, Wheels of Steel, che rallenta i bpm per mettere a segno un mid-tempo ipnotico, pesante come un macigno e spinto da un groove di basso e batteria che ti fa muovere la testa a tempo al primo ascolto. È il classico pezzo che ti fa venire voglia di prendere una chitarra e suonarci sopra per ore.
Poi c’è 747 (Strangers in the Night), un brano epico e incredibilmente melodico che dimostra come si possa costruire una tensione drammatica pazzesca combinando linee di chitarra sovrapposte e un ritornello indimenticabile, ispirato alla storia vera di un blackout aereo. La bellezza di questo album sta proprio nell’equilibrio tra potenza pura e ganci melodici perfetti: un disco imprescindibile per chiunque ami la sei corde e la storia del metal britannico.

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